Dalla libertà “da” alla libertà “per”: la via verso la libertà permanente

(pubblicato il 17 marzo 2026)
Dalla libertà “da” alla libertà “per”: la via verso la libertà permanente
C’è una libertà che tutti cerchiamo ogni giorno, da difficoltà, limiti, ingiustizie, oppressioni, sofferenze; ma questa libertà, per quanto necessaria, resta fragile, perché dipende dalle circostanze e, prima o poi, viene meno.
Quando abbiamo esperienze concrete della precarietà della nostra libertà e ci scopriamo impotenti, emerge inevitabilmente l’esigenza di una libertà più autentica. Questo bisogno vitale, nella tradizione cristiana, trova espressione nel tempo della Quaresima. È lungo questo itinerario che si dischiude una libertà originaria, non dipendente dalle circostanze e capace di permanere anche nelle prove più dure: la teologia morale la chiama “libertà ontologica”.
Distinta dalla “libertà categoriale”, che riguarda le nostre scelte pratiche inevitabilmente condizionate dalle circostanze, la libertà ontologica, dal greco “óntos” (essere), designa un’area radicata nella purezza dell’essere, uno spazio preciso, che possiamo chiamare “coscienza”. Qui l’individuo scopre che non è in gioco solo ciò che sceglie, ma ciò che è davvero.
In questa prospettiva emerge una definizione assai nitida della coscienza:
“La coscienza è il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli si trova solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità propria.”
(Gaudium et Spes, 16)
Questo spazio è allo stesso tempo il più personale e, proprio per questo, anche il più universale, perché non separa dall’esperienza umana comune, ma la radica in profondità.
Non è un rifugio per sottrarsi al mondo, ma il punto da cui diventa possibile entrarvi in modo più libero; infatti, quando questa coscienza manca o viene oscurata, il rapporto con gli altri si deforma, diventando bisogno, attaccamento, difesa o proiezione. Quando invece questo spazio è riconosciuto, è possibile un ascolto reale, che non si limita a confermare ciò che già pensiamo, ma si apre a ciò che l’altro è.
Lo stesso vale per il rapporto con Dio: se partiamo da un’idea già definita e chiusa, rischiamo di rimanere bloccati in uno schema, mentre la coscienza custodisce uno spazio in cui questo rapporto resta sempre vivo, irriducibile alle nostre idee fisse.
Le tradizioni religiose offrono linguaggi, immagini e orientamenti preziosi, che sono necessari, ma diventano fecondi solo se conducono a questo spazio vivo, e non quando lo sostituiscono.
Per questo il rapporto con Dio può essere inteso come originario, non nel senso di una priorità esteriore o imposta, ma come radice da cui può nascere un rapporto più autentico con gli altri.
È in questo livello più profondo che, pur nelle differenze, può emergere qualcosa di condiviso, non come uniformità, ma come apertura comune alla verità e al senso.
In questo cammino, proprio del tempo quaresimale, non si tratta tanto di aggiungere qualcosa, ma di ritornare a ciò che è essenziale, a quello spazio interiore in cui la libertà non dipende dalle circostanze, ma può essere ritrovata sempre.
Anche quando la libertà ordinaria, categoriale, è massimamente limitata, conserviamo una libertà indelebile, originaria: possiamo scegliere di rimanere nel bene, di non aderire al male, di custodire la comunione con Dio e, di fatto, con ogni essere vivente. È questa la libertà ontologica, che nessuna condizione esterna può annullare. Qui si rivela il passaggio decisivo da una “libertà da” a una “libertà per”.
“Il segreto dell’esistenza umana non sta soltanto nel vivere, ma nel sapere per che cosa si vive.” (Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamazov)
Immagine: ginestre a Findhorn Bay (Scozia) lungo il sentiero verso l’oceano

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