Un anno sta per concludersi e presto sarà ricordato come “anno passato”, lasciando spazio al nuovo che avanza. Anche questo nuovo anno, in seguito, diventerà passato. Così scorre il tempo in cui viviamo, un fluire continuo che accompagna la nostra esistenza terrena.
La tradizione cristiana, però, ricorda che oltre al tempo che scorre, quello cronologico, il chronos, ne esiste anche un altro: il kairos, il “momento supremo”, il “tempo di Dio”, che non consuma, non logora e non passa. È il tempo dell’eterno, dove non siamo trascinati da un flusso inarrestabile, ma accolti in una presenza che non muta. Come dice il Salmo: «Ai tuoi occhi, mille anni sono come il giorno di ieri che è passato» (Sal 90,4).
Nel tempo ordinario sperimentiamo i ritmi della vita terrena: nascita, crescita, fatica, fragilità, morte. È il tempo in cui le forme cambiano, si trasformano, si consumano. È il tempo in cui tutto ciò che è visibile è destinato a passare.
Nel tempo di Dio, invece, nulla va perduto. Ciò che è autentico non nasce e non muore, ma rimane custodito nell’amore eterno. San Paolo lo esprime così: «Le cose visibili sono di un momento, quelle invisibili sono eterne» (2Cor 4,18).
Quando confondiamo ciò che passa con ciò che rimane, diventiamo prigionieri del tempo che scorre. Ci aggrappiamo alle forme, dimenticando l’essenza. E così ogni perdita, ogni cambiamento, ogni fine ci appare come una ferita insopportabile. Molta della nostra sofferenza nasce proprio da questo attaccamento: dal tentativo di trattenere ciò che, per sua natura, non può essere trattenuto.
Ogni volta che una forma cambia, si deteriora o scompare, proviamo dolore. È umano. Ma se riduciamo tutto alla forma, il tempo diventa per noi una sorta di inferno quotidiano, perché ci ricorda continuamente ciò che non possiamo trattenere.
Il cammino spirituale consiste nell’imparare a distinguere tra ciò che passa e ciò che rimane. I nostri sensi percepiscono solo le forme, ma il cuore può intuire l’essenza. La fede cristiana chiama questa essenza “anima”, “spirito”, “immagine di Dio”, ma anche chi non condivide questo linguaggio può riconoscere che esiste qualcosa in noi che non si lascia ridurre alla sola materia.
L’essenza non ha forma, eppure dà vita a ogni forma. È come il “soffio” di cui parla la Genesi: invisibile, ma reale. Le forme sono come le nuvole del cielo: appaiono, si trasformano, scompaiono. Ma il cielo rimane. E le nuvole, pur cambiando, non cessano di appartenere al cielo.
Noi, invece, spendiamo enormi energie per conservare le nuvole così come sono, e soffriamo quando inevitabilmente cambiano. È una lotta destinata a fallire, perché nessuna forma è fatta per durare.
Il nostro destino rimane sospeso finché non scegliamo di entrare nel “tempo di Dio”, quel tempo senza tempo in cui la forma trova riposo nell’essenza, e l’essenza trova riposo in Dio. Per chi crede, questo tempo è già presente: «Il Regno di Dio è in mezzo a voi» (Lc 17,21). Per chi non crede, può essere percepito come uno spazio interiore di verità, di silenzio, di autenticità.
E sebbene la natura ultima di questa essenza rimanga un mistero, per credenti e non credenti, la parola che più le si avvicina, la parola che attraversa tutte le tradizioni e tutte le coscienze, è la stessa: Amore. Un amore che non passa, che non si consuma, che non dipende dalle forme. Un amore che, per i cristiani, ha un volto; per altri, una presenza; per altri ancora, un’intuizione profonda. Ma che tutti, in modi diversi, riconoscono come ciò che davvero rimane.