(pubblicato il 26 febbraio 2026)
La Quaresima, per come la vivo, prima ancora di essere un dato liturgico, è un’esperienza di deserto. Un tempo di spoliazione in cui cadono gli appoggi, le parole perdono efficacia e ciò che prima funzionava non basta più. Non perché fosse sbagliato, ma perché non è più sufficiente.
In queste settimane mi accorgo che molte cose che in passato mi sostenevano – ruoli, possibilità di essere utile, linguaggio, perfino una certa chiarezza interiore – oggi sembrano non reggere più. Non le rinnego, ma non riesco più ad appoggiarmi a esse come prima. È come se il primato di qualcosa di più essenziale, e allo stesso tempo più fragile, prendesse il sopravvento.
Quando le difficoltà diventano concrete e pervasive, nel corpo e nei limiti reali della vita quotidiana, le spiegazioni non bastano più. Il deserto, a quel punto, non è una metafora spirituale o intellettuale, ma una condizione reale che attraversa tutti i livelli dell’esistenza, compreso quello in cui siamo umanamente più vulnerabili: il corpo. In questo spazio, anche le parole religiose rischiano di apparire astratte, talvolta perfino assurde, se non riescono a entrare in contatto con questa nudità radicale. È lì che emerge una domanda semplice e spoglia: su che cosa si regge davvero il mio rapporto con Dio, con il Mistero, con ciò che dà senso alla mia vita?
Mi accorgo allora che esiste una fede che funziona solo quando le condizioni sono favorevoli, quando c’è energia, lucidità, possibilità di dare. E ce n’è un’altra, decisamente più povera, che resta anche quando non posso più offrire nulla, nemmeno una buona immagine di me stesso. Non si fonda sull’azione, ma sulla relazione; non su ciò che faccio, ma sul restare affidato, anche senza capire.
Questo passaggio non ha nulla di eroico. Anzi, può essere profondamente umiliante. Significa riconoscere che la mia identità non può più fondarsi sull’essere forte, utile, attivo, coerente. Significa restare senza capire, spiegare o giustificarmi, senza potermi aggrappare a nulla, se non forse a un ultimo frammento di ciò che c’era prima, accettando anche l’eventualità che venga meno perfino quello, che resti solo il suo ricordo, o addirittura il vuoto. Il deserto perde così ogni connotazione romantica o simbolica e diventa realtà esistenziale concreta. Ed è proprio lì che scopro come il rapporto con Dio non sia mai garantito dalle mie capacità, inevitabilmente provvisorie, ma preceda sempre le mie risposte.
Scrivo queste righe perché ogni volta che attraverso questo spazio – soprattutto quando emerge la sensazione che non sia più un passaggio temporaneo, ma una possibile dimora stabile, senza via d’uscita – mi trovo di fronte alla stessa verità, sempre più spoglia: l’essenziale non si conquista, si riceve; e una fede adulta, come una relazione autentica, attraversa inevitabilmente momenti in cui non consola, né chiarisce o gratifica.
Forse è questo, per me, il senso profondo della Quaresima: non un esercizio di perfezione, ma uno spazio di verità. Un luogo in cui si scopre se ciò che chiamiamo fede regge anche quando non abbiamo più appoggi, e se Dio resta vicino anche quando non sappiamo più come nominarlo o sembra assente, anche quando non c’è più forza né alcun segno di potenza. È allora che si rivela un Dio che non ci raggiunge dall’alto, ma nel punto della massima vulnerabilità. Non per tendere una mano dall’esterno, ma per condividere fino in fondo la nostra condizione.
Ed è qui che si apre il paradosso più radicale: Dio non si limita a stare al nostro livello, ma si lascia incontrare perfino più in basso, in un punto che non avevamo nemmeno immaginato possibile. Un punto in cui la nostra soglia non è affatto l’ultima. Anche lì, nel deserto più radicale, Egli è presente. Ed è proprio in questa debolezza condivisa – che non elimina il dolore, ma lo attraversa – che si manifesta una forza diversa, non quella che domina o risolve, ma quella che non abbandona. Una forza che, nella fede cristiana, ha il volto di un Dio pienamente umano, che nella sua massima debolezza rivela una fedeltà più forte di ogni nostra resistenza.
Immagine: The Temptation in the Wilderness
(1898) di Briton Rivière