Ritualità nell’epoca pandemica

di Luna Pedrini

Uno sguardo antropologico è sempre utile. Soprattutto in momenti di sospensione dove è difficile prevedere cosa accadrà. È utile perché consente di mettere l’attenzione su cosa caratterizza veramente una comunità, su cosa la rende tale e su quali strumenti può contare superata la crisi. Perché si, ci vogliono delle basi, ci vuole un terreno comune per ricostruire partendo da vecchi saperi ma integrando le nuove esperienza portatrici di – si spera – rinnonavata conoscenza. Questa è la sfida che da sempre le società si trovano a compiere. Essere capaci di mantenere una tradizione mantenendosi aperte al cambiamento ed all’integrazione di ciò che mano mano viene acquisito. Questo fonda una cultura. Che non è mai chiusa. È sempre aperta al flusso della vita che è in costante divenire.
Se c’è una cosa che certamente sta sconvolgendo la nostra cultura è l’assenza di ritualità collettiva. E questo colpisce molto. Su questo dovremmo davvero interrogarci. È un processo che in realtà è in atto da tempo. Basta pensare al sempre più raro festeggiarsi di celebrazioni. Dalle processioni alla feste popolari è ogni anno in calo il numero di coloro che ne prendono parte. Affidarsi a qualcosa è eresia. Mangiare salsiccia e polenta è leghista. Presi sempre più da una idealizzazione di quelle gesta che ci hanno accompagnato per secoli, ci allontaniamo dal fare e dallo stare. Riteniamo populista persino cucinare i tortellini insieme. Cose da vecchi. Che noia. Io voglio stare su Facebook! Scherziamo! Al massimo scarico una app per imparare a cucinare. Da sola. Nella mia casa. Ciao nonna. Ciao zia. Ciao mamma.
Ma veniamo ad ora. Tutti siamo rimasti colpiti da corpi morti senza un funerale. Ebbene, non si sono fermati solo i funerali. Anche i matrimoni. Anche i battesimi. E via via le sagre, i concerti, gli spettacoli ed il resto. Tutto ciò che ci definisce come cultura è sparito. Così. Da un giorno all’altro. È proprio questa assenza del rito, della celebrazione e dell’unione che mina la nostra comunità. Da millenni accompagnamo i morti con preghiere. Da millenni celebriamo una nascita con una grande festa. Da millenni festeggiamo un matrimonio a suon di cin-cin. Questi siamo Noi. Al di là di tutto. Della politica. Della religione. Essere privati di tali momenti è una bomba ad orologeria. Passaggi fondamentale per la vita di ciascuno questi riti hanno l’enorme forza di connettere l’individuo al collettivo. Praticamente ci manifestano, nutrendoci, la nostra essenza più profonda: siamo Io e siamo Noi. E questo è un fondamento. Non è una variabile. Nel Noi ci sono tutti. Grandi e piccoli. Ricchi e poveri.
Non ci è dato sapere che impatto avrà questo sul nostro Spirito e sulla nostra Anima. Ma quello che si possiamo fare è comprendere – e velocemente – come sostituire quel rito in questo momento. Che gesti compiere per tener vivo quel filo che ci connette tutti. Nessuno escluso. Perché questo fa una cultura. Quando qualcosa le viene strappato via trova il modo di rimanere salda e forte. Trova il modo di resistere a quel momento unendosi agli altri. Certo serve creatività. Ma ancor più importante è la volontà e la necessità di riconoscersi come tale. Perché quando si è al limite della sofferenza si capisce davvero che soli non siamo nulla. Si intuisce chiaramente che l’altro è mio pari. Con lui condivido questa Terra benedetta. Solo insieme possiamo amarla, onorarla e godere dei suoi frutti.

Luna Pedrini

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