Venerdì Santo:
LA FORZA DELLA DEBOLEZZA
La fragilità non è il problema. Il problema è credere che non dovrebbe esistere.
La sofferenza, la malattia e la morte sono realtà che nessun essere umano può evitare. Eppure, viviamo in un mondo che spesso le considera un fallimento personale, qualcosa da nascondere per non incrinare l’immagine di benessere e potere che si vuole mantenere.
È come se la fragilità fosse un errore, un segno che “qualcosa non funziona”. In realtà, ciò che rende devastanti queste esperienze di debolezza non è la loro presenza, ma l’idea che non dovrebbero esistere.
La verità è che tutti, senza eccezioni, attraversiamo la vulnerabilità. La condizione umana è un cammino che comprende gioia e dolore, salute e malattia, nascita e morte. La maturità spirituale non consiste nell’evitare ciò che fa male, ma nel rimanere radicati nella pace anche quando la vita si fa oscura.
«La forza si manifesta pienamente nella debolezza» (2 Cor 12,9).
Il Venerdì Santo, questa verità si fa particolarmente evidente. Possiamo scegliere di essere autentici, di non nascondere ciò che proviamo, di non vergognarci della nostra fragilità. Possiamo accogliere la sofferenza e la gioia come parti della stessa vita, senza temere lo sguardo degli altri.
Il simbolo del cristianesimo è la croce. Alcuni la rifiutano perché la associano al dolore, al sacrificio e al martirio. Ma la croce non è un elogio della sofferenza: è il luogo in cui Dio si fa solidale con ogni essere umano. Non celebra il dolore, ma l’amore che attraversa il dolore senza fuggirlo.
La croce ricorda che la fragilità non è un errore, che la morte non è una vergogna, che nessuno è solo nel proprio limite. Ricorda che Dio non resta mai fuori dalla tua condizione, ma la abita fino in fondo. E proprio lì, dove tutto sembra finire, si apre uno spazio nuovo: una pace che non dipende dalle circostanze, una gioia che non è negazione del dolore, ma la sua trasfigurazione.
Accogliere la croce significa aprirsi alla verità della vita, senza illusioni e paura. Significa riconoscere che la bellezza non nasce dall’assenza di ferite, ma dalla loro trasformazione. È questo che rende il Venerdì Santo un giorno di verità e, misteriosamente, di speranza per tutti: credenti, cercatori, e chiunque desideri vivere con autenticità.
La speranza, così come l’augurio di salvezza, gioia, pace e benedizione, è per tutti, senza alcuna esclusione. Questo significa che il nostro augurio deve raggiungere anche coloro che percepiamo come avversari, e persino quanti ci hanno causato sofferenze.
É uno dei gesti più radicali del Vangelo: non negare il male, ma non negare neppure la dignità della persona che lo compie. Sulla croce, Gesù offre uno dei suoi insegnamenti più disarmanti e alti: la comprensione e la richiesta di perdono proprio per coloro che lo stanno uccidendo.
«Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,34).
Da una prospettiva logica può apparire assurdo: alcune persone sembrano sapere benissimo il male che fanno. Eppure, Gesù è fermo nella sua convinzione: se davvero conoscessero fino in fondo lo strazio che provocano, non lo farebbero. La loro ignoranza non è mancanza di intelligenza, ma cecità del cuore.
Questo non significa giustificare il male. Il male va riconosciuto senza ambiguità, nominato e, quando necessario, contrastato e fermato.
Ma proprio qui si apre una distinzione decisiva: il male compiuto va identificato con chiarezza; la persona, invece, non si esaurisce mai nel male che compie. Ridurla a ciò che ha fatto significa, in fondo, lasciare che il male abbia l’ultima parola.
Proprio lì passa una linea decisiva: lasciare che il male entri e prenda forma dentro di noi, o arrestarlo. Si può essere feriti senza diventare, a propria volta, ferita per gli altri. Si può vedere il male con lucidità, senza farsene plasmare.
Il perdono non è debolezza. È il punto in cui il male si arresta.
E lì la debolezza diventa forza.
Immagine: Kinloss Abbey, Kinloss, Forres, Scozia.