La domanda mi arriva addosso ogni volta che vedo qualcosa che mi lascia senza parole. Non tanto il fatto che qualcuno possa dire o fare qualcosa di cattivo. Questo appartiene alla fragilità umana, e spesso nasce da forti emozioni, ferite e momenti in cui manca lucidità. Quello che mi disarma è quando il male viene insistito: quando si continua a ferire, umiliare e colpire senza alcun ravvedimento. Può capitare a chiunque di sbagliare, e quando lo si riconosce, ci si scusa e poi ci si ferma… questo è “meraviglioso”, è un’apertura del cuore alla verità.
Ma la perseveranza nel male, la giustificazione di ciò che ferisce e l’incapacità di fermarsi: è questo che lascia senza parole, soprattutto quando accade tra persone che un tempo si sono volute bene. È lì che si percepisce quanto il confine tra bene e male sia sottile, quanto non siano due realtà separate ma due possibilità che convivono nello stesso cuore.
Non sappiamo cosa muova davvero chi persevera nel male: paura, rabbia o un dolore antico. Il risultato, però, è lo stesso: odio, frattura e sofferenza. E allora la domanda ritorna: da dove nasce questo male?
Molti oggi evitano la parola “male”, come se fosse un concetto superato. C’è chi dice che tutto è relativo, che ognuno decide da sé. Eppure, anche per chi è convinto di questo, certe esperienze si palesano ostinatamente davanti a noi: crudeli, disumane e violente.
La tradizione cristiana non parla del male come di un principio eterno. Il male non ha sostanza propria: è una mancanza, una ferita nel tessuto del bene. Ma la Scrittura parla anche di un soggetto che agisce dentro questa mancanza: Satana, “l’accusatore” e “l’avversario”. E il termine “diavolo”, dal greco diábolos, significa “colui che divide”, “che separa”.
Non è un nome folkloristico, ma una descrizione precisa di un’azione. Gesù lo chiama “omicida fin da principio” e “padre della menzogna” (Gv 8,44). L’Apocalisse lo definisce “l’Accusatore dei nostri fratelli” (Ap 12,10). Di fatto, nella Genesi, la prima conseguenza della caduta è l’accusa.
L’accusa diventa il linguaggio della frattura. Qui, si apre il punto decisivo: la radice del male si rivela come l’accusa, che divide, giudica le intenzioni e toglie dignità. È la voce che ci tormenta dentro e quella che rivolgiamo agli altri. È la logica che domina un mondo in cui spesso il male si traveste da bene. Non è un caso che la tradizione attribuisca al diavolo proprio questo ruolo: dividere, accusare e insinuare sospetto.
Oggi questa confusione è piuttosto normale. A livello culturale assistiamo a un continuo capovolgimento: ciò che distrugge viene presentato come progresso e ciò che costruisce viene deriso come arretrato. Eppure, la tradizione cattolica ricorda che ogni uomo porta nel cuore una bussola: la legge morale naturale.
San Tommaso d’Aquino la riassume così: “Bonum est faciendum et prosequendum, et malum vitandum.” Il bene va fatto e perseguito, il male va evitato. Si tratta della capacità concreta di distinguere ciò che costruisce da ciò che distrugge, se restiamo lucidi e onesti.
Qui entra una distinzione fondamentale della teologia morale: “actus hominis” (atto dell’uomo), l’atto dettato da impulso, fragilità o passione, e “actus humanus” (atto umano), l’atto libero, consapevole e deliberato.
Il male morale nasce quando un atto è pienamente umano: quando sappiamo che è male, lo scegliamo, giustifichiamo e difendiamo. In quel caso ne siamo responsabili. Al contrario, quando il male nasce da fragilità, rabbia o istinto, e soprattutto quando c’è pentimento, allora la ferita può diventare occasione di crescita. La misericordia non è più un concetto e diventa una porta sempre aperta.
Qui si inserisce un punto essenziale, spesso frainteso: l’accusa può essere anche legittima, se nasce dal riconoscimento sincero di aver fatto del male. In quel caso non è la voce dell’“accusatore”, ma il suo contrario: è il primo passo della verità, il movimento interiore che apre alla guarigione.
La tradizione morale cattolica è chiara: il pentimento non è mai un giudizio sulla persona. La persona non si identifica con i suoi atti, per quanto gravi possano essere. L’atto può essere oggettivamente cattivo, ma la persona resta sempre più grande del suo errore. La libertà umana non è mai completamente definita dal passato, perché esiste sempre la possibilità di non ripetere più quel male.
Quando riconosco un errore, non sto dicendo “io sono il male”, ma “ho fatto qualcosa che non corrisponde alla verità del bene”. È un atto di lucidità, non di auto distruzione. È la voce della coscienza, non quella dell’avversario. San Tommaso lo direbbe così: il giudizio morale riguarda l’atto, non la sostanza della persona.
Per questo, parlando del diavolo come “accusatore”, non si condanna ogni forma di autocritica o responsabilità. Si distinguono invece due movimenti opposti: l’accusa che distrugge, che definisce la persona attraverso il suo errore, chiudendo ogni possibilità, e l’accusa che illumina, che riconosce il male compiuto e apre alla libertà di non compierlo più.
La prima è la voce dell’avversario. La seconda è la voce della verità che libera. E allora diventa chiaro che il male radicale non è cadere, ma rifiutare di rialzarsi; non è sbagliare, ma chiudersi alla possibilità di cambiare.
La misericordia non cancella la responsabilità, ma la trasforma. E la persona, qualunque sia la sua storia, resta sempre più grande del suo peccato.
Per questo, parlare del diavolo non significa evocare un personaggio caricaturale, ma riconoscere una dinamica reale, per cui tutto ciò che divide, accusa, confonde il bene con il male e il male con il bene, porta la sua impronta. E allora la domanda iniziale, “chi diavolo è?”, trova una risposta concreta: non un essere mostruoso, ma questa dinamica che divide, accusa e confonde.
Se guardo i pensieri che a volte mi attraversano, i discorsi pubblici e le parole che ci si scambia in tante occasioni, capisco perché la Scrittura parli di un mondo ferito da un “accusatore”. Non per spaventare, ma per ricordare che la libertà è chiamata a scegliere il bene, e che la misericordia è sempre più forte dell’accusa.
Immagine: Gustave Doré (1832–1883), illustrazione per John Milton, “Paradise Lost“