Dalle PALME alla PASQUA

Dalle PALME alla PASQUA
Con la Domenica delle Palme (29 marzo) inizia la Settimana Santa, che culmina nella Pasqua. La sua collocazione nel tempo non è casuale: è legata al ritmo della vita stessa, alla primavera, a un passaggio in cui una realtà si apre e un’altra viene meno.
La Domenica delle Palme celebra un trionfo, in apparenza pieno e luminoso, ma che è solo l’inizio di un passaggio più profondo. Dopo l’accoglienza festosa, segue infatti il cammino verso la croce, fino alla Pasqua, dove ciò che sembrava sconfitto si rivela definitivamente vittorioso.
Questa settimana è d’immane importanza, perché mette davanti a processi che riguardano tutti: il confronto con la perdita, la fine di ciò a cui siamo attaccati, il crollo delle immagini su cui abbiamo costruito noi stessi.
I nostri progetti, le aspettative, le immagini che costruiamo su noi stessi e gli altri non possono durare per sempre. Quando si infrangono, il dolore non è teorico: è concreto, brucia, attraversando il corpo e la mente. Non può essere evitato né mascherato. E tuttavia proprio lì si apre una possibilità.
Dio è amore, unità, vita. Il dolore non è il fine, ma può diventare un passaggio. Spesso nasce proprio quando cerchiamo di trattenere ciò che non può restare, quando ci aggrappiamo a qualcosa che non può sostenerci. Viviamo dentro dinamiche continue: attaccamento e rifiuto, desiderio e paura, incontro e perdita. Questo movimento segna le relazioni, i legami, la nostra esperienza più quotidiana.
Gesù entra a Gerusalemme accolto con entusiasmo. È un momento di luce e riconoscimento. Ma in pochi giorni tutto si capovolge: lo stesso popolo che acclama è quello che condanna.
Questo passaggio è assai reale: mostra quanto sia fragile ciò che si fonda su aspettative, proiezioni e emotività del momento. La croce non è solo un evento esterno. È anche ciò che accade quando dentro di noi qualcosa viene messo in crisi, allorché ciò a cui eravamo attaccati si incrina e non possiamo più sostenerlo.
In quei momenti la sofferenza è tangibile. I pensieri si agitano, la mente diventa incalzante, quasi aggressiva. Le emozioni travolgono. È come se tutto ciò che ci definiva venisse meno.
Non è solo dolore: è lo smascheramento di ciò che non era reale, anche se lo abbiamo difeso come se fosse la nostra vita.
Eppure proprio lì può accadere il passaggio. Esiste un punto più profondo, un centro che non coincide con le emozioni immediate né con i pensieri che si affollano. Un luogo in cui non siamo più divisi, in cui qualcosa si ricompone. È proprio lì che può aprirsi uno spazio nuovo.
Non accade quando ci chiudiamo o difendiamo. Succede quando restiamo e attraversiamo senza fuggire, accusare o indurirci. È un passaggio che ha la forma della croce: perdita, solitudine, esposizione. Ma non è l’ultima parola.
Quando qualcosa finisce davvero, quando un legame si spezza e un’immagine di noi crolla, ci troviamo nudi e senza appigli. E lì si gioca tutto: o ci irrigidiamo, o lasciamo che qualcosa di più vero emerga. Non è qualcosa che produciamo noi, bensì qualcosa che si manifesta quando smettiamo di trattenere.
In molte vie spirituali questo passaggio è stato riconosciuto: quando tutto si svuota, può emergere ciò che è reale. Non quel che abbiamo costruito, ma ciò che è. In ogni relazione ed esperienza, è all’opera questa dinamica. E spesso è proprio nel momento della fine che si decide il passo successivo: chiudersi nei rancori, nelle accuse, o aprirsi.
Le palme sono segno di vittoria. Ma la vittoria che annunciano non è quella immediata e visibile: è quella che attraversa la croce e si apre alla Pasqua.
Per questo, possiamo lasciare che questa Domenica celebri, oltre a questo grande evento della liturgia, anche un passaggio vivo dentro di noi, nella nostra storia personale: la palma, simbolo tradizionale di vittoria, nella sua semplicità e dolcezza richiama un trionfo interiore, qualcosa che non riguarda solo ciò che viene celebrato, ma ciò che tocca ciascuno nel proprio intimo più profondo.
Immagine: particolare da “The Palm Leaf”, di William-Adolphe Bouguereau (XIX sec.).

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