UN SEGNO SULLA PIETRA

UN SEGNO SULLA PIETRA
Il primo aprile è uno di quei giorni in cui la realtà ordinaria, di solito così composta e prevedibile, sembra concedersi una smagliatura, un varco, o un sorriso trattenuto male. È come se il mondo, per ventiquattr’ore, ricordasse che non tutto ciò che appare è definitivo, che la serietà non coincide sempre con la verità, e che perfino la storia, con i suoi calendari, può inciampare in un paradosso.
Un tempo, l’anno nuovo iniziava proprio dopo l’equinozio di primavera, e il primo aprile era il suo ingresso ufficiale. Poi arrivò la riforma gregoriana, che spostò l’inizio dell’anno al 1° gennaio. Molti, però, continuarono a festeggiare il capodanno il 1° aprile, per abitudine o perché non erano stati informati. Così chi seguiva la nuova data prese a prendere in giro chi restava fedele alla vecchia, e quell’equivoco, gente che celebrava un capodanno “fuori tempo”, divenne tradizione. La tradizione si trasformò in scherzo, e lo scherzo in rito.
Nel tempo si sono accumulate storie più o meno vere o credibili. Una delle più celebri, e allo stesso tempo più sconosciute, racconta che un imperatore romano avrebbe concesso a un giullare di governare l’impero per un giorno. Il giullare si chiamava Kugel, e secondo il racconto avrebbe autorizzato ogni assurdità. La storia era inventata, ma fu creduta vera da molti. Un pesce d’aprile perfetto, che mostrava quanto sia facile prendere sul serio ciò che non lo merita, e quanto sia difficile riconoscere ciò che invece è reale. È curioso come, a volte, la menzogna sembri più credibile della verità, e la verità più improbabile della menzogna.
Nel corso dei secoli il primo aprile ha prodotto scherzi leggendari. Nel 1957, per esempio, la BBC mostrò un servizio in cui presentava, con tono serissimo, una nuova coltivazione svizzera: gli alberi di spaghetti. Le immagini mostravano contadini che raccoglievano fili di pasta dai rami, come se fosse una normale produzione agricola. Il servizio parlava di un raccolto particolarmente abbondante grazie a un inverno mite, e molti spettatori telefonarono per chiedere come coltivare gli spaghetti. La BBC rispose che bastava piantare uno spaghetto in un barattolo di salsa di pomodoro e sperare per il meglio.
Anni dopo, un astronomo annunciò che un raro allineamento planetario avrebbe temporaneamente ridotto la gravità terrestre, permettendo alle persone di sentirsi più leggere. Migliaia di ascoltatori dissero di aver fluttuato per un istante, e qualcuno giurò di aver girato per la stanza sospeso a mezz’aria.
Con storie così, il primo aprile diventa un laboratorio di credulità e di desiderio. Non è tanto lo scherzo a colpire, quanto la disponibilità a crederci. Basta il contesto e tono giusto, un minimo di credibilità. Il resto lo fa il cuore, che da qualche parte spera sempre che la gravità, almeno per un istante, molli la presa.
Ma il primo aprile non parla solo di ingenuità. Parla di specchi e di quanto sia facile scambiare il riflesso per la cosa stessa. Si corre verso immagini che attirano da lontano, e quando le si raggiunge non reggono più. Allora si cambia oggetto, si ricomincia, un’altra promessa o direzione. A volte viene il dubbio, anche se dura poco: e se il problema non fosse l’oggetto, ma lo sguardo?
È qui che il primo aprile sfiora la teologia, senza bisogno di nominarla. Perché esiste un altro tipo di esperienza, più silenziosa, che non promette nulla e non attira. Non è uno specchio, non rimanda altrove, né si costruisce o si raggiunge inseguendo. Piuttosto, accade quando si smette di inseguire, anche solo per un attimo. Nella tradizione cristiana questa realtà ha un nome preciso, ma non serve pronunciarlo per riconoscerne la qualità. È una Luce che non inganna, la parte di noi che vi dimora e continua a chiamarci con una pazienza che nessuno scherzo saprebbe imitare. Usa ogni mezzo, anche le illusioni smascherate, anche le cadute, anche i piccoli pesci d’aprile che ci facciamo da soli.
E qui il paradosso si fa più grande, perché il primo aprile ha luogo mentre la Chiesa vive i giorni più seri dell’anno. La Settimana Santa è l’opposto del gioco, eppure è anche il suo compimento: è il momento in cui la verità si presenta nella forma più disarmante, più fragile e facilmente scambiabile per un errore. È il giorno in cui la Vita sembra uno scherzo mal riuscito, e la Morte la cosa più solida del mondo. È il giorno in cui nessuno crede alla verità, e tutti credono alla menzogna. È il primo aprile dell’anima, ma senza risate. O forse con una risata che arriverà solo dopo, quando ci si accorgerà che la realtà era rovesciata, e che il vero inganno era credere che tutto finisse lì.
Forse il primo aprile serve anche a questo: a incrinare una certezza troppo rigida, che identifica automaticamente il visibile con il vero. Perché se oggi si può dubitare di tutto per gioco, non è escluso che, almeno una volta, si possa farlo sul serio. E magari scoprire che il vero pesce d’aprile non è quello che si fa agli altri, ma quello che si continua a credere ogni giorno. E che la Luce, quella vera, non ride di noi: ci libera.
Forse, alla fine, non è un caso che proprio un pesce sia rimasto per secoli il segno più semplice e più discreto di chi cercava la verità senza proclamarla.
Immagine: simbolo cristiano del pesce (ΙΧΘΥΣ), inciso su pietra in stile paleocristiano.”

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