Il fine della vita

Esiste una tendenza esasperata ad associare la malattia e la morte con problemi psicologici o spirituali, in cui il valore di un individuo è dato dalla sua capacità di essere immune alle malattie e alla vecchiaia.
In questo modo chi si ammala non solo ha da fare i conti con gli inconvenienti fisici relativi al suo stato, ma con un senso di inadeguatezza e di colpa, che lo porta ad essere emarginato e giudicato dagli altri, come se appunto la malattia e la morte fossero il segno che ha sbagliato qualcosa nella vita.
La morte è l’unico evento che accomuna ogni essere umano, così come la nascita. Tuttavia l’enfasi delirante e pressoché assoluta della consapevolezza umana concerne solo la nascita, il salutismo cronico e la sopravvivenza a tutti i costi. Viviamo con un senso autistico di immortalità, per cui la malattia e la morte sono rimosse dal vivere quotidiano e diventano qualcosa di osceno, di cui vergognarsi.
Il punto è che non solo la fine della vita, ma anche il suo inizio, ciò che la determina, ossia il sesso, è considerato osceno, vergognoso, e seguita a essere deformato o rimosso.
Se ci manca un confronto consapevole e diretto sia con l’inizio sia con la fine della vita, che razza di vita perversa stiamo vivendo?
Siamo indotti a fare sesso e a morire in modo incosciente, da emarginati, come clandestini, laddove alla luce del sole trionfa il consumismo o l’ipocrisia moralista della realtà consensuale.
Prima di tutto nella vita, occorre comprendere il sesso e la morte. Se rimuoviamo la morte, rimuoviamo il sesso, e vice versa, ma soprattutto neghiamo la vita.
Alla fine dei conti viviamo per imparare a morire.
Non importa cosa impariamo e sappiamo fare nella vita. Se non sappiamo morire, in conclusione, non sappiamo fare nulla.

La morte è la fine e il fine della vita.

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