IL RIMPIANTO

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Rimpianto. È una parola strana, perché dentro questa parola c’è il pianto, ma non il piangere per qualcosa che sta accadendo ora. C’è un dolore che ritorna, un seguitare a piangere riguardo al passato, su qualcosa che insiste a riaffacciarsi dentro di noi anche a distanza di anni, come se certi momenti non avessero mai smesso davvero di esistere.
Piangere in tanti momenti della vita è umano, autentico, inevitabile. Si può piangere per il dolore, certo, ma anche per nostalgia, per commozione, perfino per gioia. Il rimpianto sembra tuttavia avere una tonalità distinta e piuttosto sinistra, perché quasi sempre riguarda qualcosa che sentiamo incompiuto, mancato, perduto, o che immaginiamo abbia dato alla nostra vita una direzione sbagliata. Si rimpiangono errori, omissioni, possibilità non vissute, occasioni lasciate cadere, ma soprattutto una certa immagine di sé che non si è riusciti a realizzare.
Mi sono trovato a riflettere su queste cose oggi, casualmente, vedendo al volo il titolo di un articolo apparso sull’ultimo numero della rivista “La Civiltà Cattolica”, intitolato “Il rimpianto. Un tormento che può diventare opportunità”. Inizialmente non ho letto l’articolo, ma soltanto visto il titolo e l’incipit. Tuttavia, già quelle poche parole hanno iniziato a produrre dentro di me una serie di pensieri che hanno continuato ad accompagnarmi durante tutta la giornata. Mi è apparso chiaro che il rimpianto è una delle esperienze umane più diffuse e allo stesso tempo più difficili da affrontare con sincerità.
Esiste infatti un modo sterile di vivere il rimpianto, ed è quello in cui il passato viene continuamente riaperto senza che questo generi alcuna trasformazione reale. In quel caso la persona resta come sospesa in una vita alternativa immaginaria, confrontando continuamente ciò che è stato con ciò che avrebbe potuto essere, fino al punto che il presente perde ogni consistenza e forza. Ma esiste anche un’altra possibilità, ed è proprio questo uno degli aspetti più interessanti dell’articolo, che distingue tra un rimpianto distruttivo e un rimpianto capace invece di diventare consapevolezza. Gli autori osservano che i rimpianti più profondi spesso non riguardano tanto le azioni sbagliate compiute, quanto piuttosto quelle non compiute, le possibilità non vissute, le direzioni verso cui non abbiamo avuto il coraggio di andare.
Alla fine, quindi, ho deciso di leggere integralmente l’articolo, trovandolo assai profondo proprio perché evita sia il moralismo sia la facile retorica psicologica. Mi ha colpito in particolare l’idea che il rimpianto possa diventare una guida per comprendere ciò che conta davvero nella vita, perché talvolta quel che continua a causare sofferenza indica anche qualcosa di autentico che avevamo percepito, magari confusamente, ma che non siamo riusciti a vivere fino in fondo.
A questo punto, però, le riflessioni che seguono non appartengono direttamente all’articolo citato, ma sono considerazioni personali che la sua lettura ha fatto nascere in me.
Continuavo infatti a pensare che esista un punto ancora più decisivo. Il passato non può essere cambiato, e gran parte della sofferenza nasce proprio dal tentativo impossibile di modificarlo e riscriverlo, dall’immaginare continuamente ciò che avremmo potuto essere, fare o diventare. Ma anche il tentativo di spostare tutto nel futuro rischia di diventare un’altra illusione, quasi una promessa compensativa verso se stessi: l’idea che un giorno riusciremo finalmente a recuperare tutto ciò che non siamo stati capaci di vivere. In questo modo però continuiamo a oscillare tra passato e futuro senza abitare davvero il presente, che è l’unico luogo reale della decisione.
Ed è qui che il rimpianto può cambiare significato. Non abbiamo potere sul passato, ma abbiamo ancora un potere sul presente, e a volte una vita intera può cambiare direzione attraverso una scelta autentica fatta fino in fondo. Quando questo accade, il passato smette di essere qualcosa da rimpiangere, perché perfino gli errori, le omissioni e le strade sbagliate diventano il luogo che ci ha condotti a quella scelta presente. Non è il passato da solo a definire ciò che siamo, ma la direzione verso cui scegliamo di andare adesso.
Ed è forse qui che il cristianesimo introduce uno dei suoi paradossi più sconvolgenti. La prima persona a entrare in paradiso non è stata un santo esemplare, un uomo moralmente irreprensibile o qualcuno che aveva vissuto tutta la vita nella perfezione. La prima persona a entrare in paradiso è stata un ladrone crocifisso accanto a Cristo, un uomo che probabilmente aveva vissuto una vita disordinata quasi fino all’ultimo istante.
E proprio lì, negli ultimi secondi della sua vita, il Vangelo di Luca gli mette sulle labbra parole semplicissime: “Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno”. E la risposta di Cristo arriva immediatamente: “In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso”.
Tutto si gioca in pochi attimi. Non c’è il tempo di rifarsi una vita, di recuperare il passato o di dimostrare qualcosa. Eppure proprio quell’istante basta a dare un significato completamente diverso a tutta la sua esistenza.
E forse è proprio qui che il significato stesso del rimpianto si capovolge. Perché all’inizio il rimpianto è il pianto che ritorna come dolore, ferita, senso di fallimento rispetto a ciò che abbiamo vissuto o non vissuto. Ma nel momento in cui una persona arriva finalmente a una scelta autentica nel presente, allora anche quel passato che sembrava soltanto motivo di disperazione cambia volto. Le stesse lacrime che per anni erano state colme di amarezza possono diventare lacrime completamente diverse: non più il dolore sterile di ciò che è stato perduto, ma una forma di gratitudine, perché perfino gli errori, le cadute, le strade sbagliate e le oscurità attraversate diventano ciò che ci ha condotti fino a quel momento di verità.
Allora il rimpianto non scompare davvero. Continua a essere un “ri-piangere”. Ma non più nello stesso modo. Ciò che ci aveva fatto piangere di dolore può tornare a farci piangere, sì, ma di gioia.
Articolo citato:
Giovanni Cucci S.I. – Betty Vettukallumpurathu Varghese, “Il rimpianto. Un tormento che può diventare opportunità”, in La Civiltà Cattolica, quaderno 4205.

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