La domanda, per sua natura, è uno strumento aperto che può nascere dal dubbio, dalla curiosità o dal sincero desiderio di conoscere la verità su qualcosa, qualcuno o anche tutto, incluso se stessi e, alla fine dei conti, persino Dio o ogni altro termine più o meno corrispondente.
Una domanda, in quanto tale, è autentica quando dischiude le porte dell’esplorazione, smettendo di accontentarsi di risposte predefinite e incoraggiando dialogo, riflessione, ragionamento critico e ascolto profondo. In caso contrario diventa un quiz: uno strumento chiuso che richiede risposte preconfezionate, definite in anticipo come giuste o sbagliate. Qui lo scopo non è facilitare la ricerca o il confronto, bensì ottenere una risposta conforme, laddove la domanda comporta innanzitutto comprensione e disponibilità all’esplorazione.
Ogni autentico percorso di ricerca si confronta inevitabilmente con questa tensione. Prima o poi emerge il bisogno di oltrepassare le risposte preconfezionate, di verificare direttamente ciò che altri hanno trasmesso, ripetuto o difeso. Qui si comprende che molte strutture culturali, religiose e perfino interiori funzionano come quiz: sistemi nei quali alcune risposte sono considerate accettabili e altre escluse in anticipo. A quel punto la domanda necessita di esperienza, di verifica, di esposizione diretta alla realtà. È qui che compare inevitabilmente la ribellione. Non necessariamente una ribellione rumorosa o ideologica, ma qualcosa di più profondo e difficile da riconoscere.
Chi ricerca fino in fondo entra prima o poi in conflitto con tutto ciò che pretende di definire anticipatamente il limite della verità, della libertà o persino della natura di Dio. Perché ciò che è vero non può essere imposto integralmente dall’esterno, e ciò che viene imposto non può essere scelto veramente. Per questa ragione il ricercatore autentico non può fermarsi dentro confini stabiliti da altri né accettare indefinitamente risposte preparate in anticipo.
Tuttavia esiste un passaggio ancora più radicale e imprevedibile, che potremmo definire il compimento della ribellione. È qui che la ribellione incontra finalmente il proprio centro e si comprende che persino essa può irrigidirsi fino a diventare identità, appartenenza, sistema o riflesso automatico. Anche il rifiuto può trasformarsi in un quiz, con le sue risposte obbligatorie, i suoi automatismi e le sue forme di conformità invisibile. È qui che emerge forse la soglia più difficile: la ribellione verso il ribelle stesso.
Per molte persone questo passaggio rappresenta un punto di arresto, mentre per altre diventa l’inizio di qualcosa di completamente differente. Ribellarsi contro ciò che ci ha permesso di distinguerci, sopravvivere o liberarci non è semplice. Eppure, senza questo attraversamento, il rischio è quello di demolire certe strutture soltanto per ricostruirne altre attorno a se stessi.
È forse per questo che, prima o poi, diventa necessario rovesciare il proprio io ribelle per trovare davvero un po’ di pace. Solo allora può diventare possibile ritornare verso ciò da cui ci si era allontanati, ma non per sottomissione, paura o stanchezza. A quel punto alcune opposizioni perdono rigidità, certe tensioni si allentano spontaneamente e possiamo perfino avere la certezza, anche solo provvisoria, di essere finalmente tornati a casa, tirando un profondo respiro di sollievo…
Immagine: “Il ritorno del figliol prodigo” di Michel-Martin Drolling (1789–1851)