UNA CERTA REGALITÀ…

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In questi giorni, osservando Re Carlo III nei suoi interventi negli Stati Uniti, mi ha colpito un modo di parlare poco comune. Non è solo questione di contenuti, ma di tono: una combinazione di gentilezza, ironia e libertà interiore ormai rara nel linguaggio politico contemporaneo.
In genere emergono due tipi di discorso pubblico. Da un lato gli interventi istituzionali: prevedibili, spesso retorici, costruiti per diplomazia, fatti di formule scontate (pace, dialogo, difesa di valori, ecc.), necessari ma noiosamente ripetitivi. Dall’altro i discorsi aggressivi, che indubbiamente risvegliano dal torpore. Qui il linguaggio diventa attacco, duello acceso; talvolta c’è umorismo, o piuttosto sarcasmo, per colpire, prevalere, umiliare o dividere. Eppure esiste anche un terzo registro, meno evidente, perché non rientra nelle precedenti categorie.
Si tratta di un linguaggio che sorprende senza aggredire, alleggerisce senza banalizzare, introduce qualcosa di inatteso e apre uno spazio di sospensione luminosa. È qui che si riconosce lo stile di Carlo III. Certo, alcune sue battute contengono elementi pungenti, ma non diventano mai attacco, perché interviene un fattore decisivo: l’autoironia. Non è una risata contro qualcuno, bensì un sorriso che include chi parla. Si può intravedere una presa in giro dell’interlocutore, che non scivola nell’offesa, perché il Re include se stesso spezzando la logica del dualismo. La battuta non ferisce, spiazza; non crea schieramenti, ma un momento condiviso. Non nasce dalla retorica della pace né dall’aggressività, ma da una libertà nel modo di dire che genera distensione.
Questo stile ha radici nella cultura britannica, segnata dall’understatement (dire meno di quanto si intende, evitando l’enfasi): ridurre, non drammatizzare, sottrarre invece che amplificare; quasi l’opposto della sensibilità mediterranea, più incline all’esagerazione e all’intensità emotiva; ma il punto qui non è culturale, bensì strutturale.
Qui emerge una questione più profonda: la natura del potere. La regalità, in questo caso, non coincide con esibizione, ostentazione o imponenza. Quella è solo manifestazione esterna, talvolta persino grossolana. La regalità autentica appare nella capacità di non prendersi troppo sul serio pur prendendo sul serio il proprio ruolo, nel saper fare ironia su se stessi, nell’abbassarsi pur occupando una posizione elevata. Il potere non come forza che si impone, ma come presenza che tiene insieme.
Questo elemento non riguarda solo la monarchia. In modo diverso, si ritrova anche nel papato: forma solenne, cerimoniale, distanza visibile, ma reale umiltà. In questo senso, ciò che appare distanza diventa soglia.
È qui che entra il rito, spesso considerato apparenza, elemento secondario e inutile, letto come “messa in scena”. Eppure proprio lì accade qualcosa che non si lascia ridurre a funzione o utilità. Gesti formali e cerimonie solenni possono sembrare vuoti dall’esterno; per chi li vive consapevolmente diventano invece atto reale: riconoscimento, appartenenza, scelta.
Per me, questo punto non è teorico. Sono nato in Italia, senza averlo scelto. Ho invece deciso, anni fa, di diventare cittadino britannico, pur non avendone alcuna necessità pratica. Avrei potuto vivere e lavorare nel Regno Unito senza quel passo. Eppure ho sostenuto l’esame, partecipato alla cerimonia, prestato giuramento di fedeltà all’allora regina e ai suoi eredi. Non con leggerezza, ma come un atto vissuto profondamente, e che rimane tale nel tempo. Non per convenienza, bensì per riconoscenza e adesione personale. In quel momento, ciò che dall’esterno poteva apparire come una formalità si rivelò un atto libero, pienamente umano, che apriva a un livello del reale oltre l’utile
Questi momenti formali e condivisi non sono accessori: senza di essi la vita rischia di ridursi al solo piano del fare e del produrre, privo di varchi e profondità. Il rito, quando è autentico, non allontana dalla realtà, ma apre al suo livello essenziale.
In questa luce si comprende meglio anche lo stile di Carlo III: la sua ironia non è superficialità, ma segno di una distanza interiore dal ruolo rituale, che non lo svuota, ma lo rende umano. È la libertà di chi non coincide completamente con la forma che incarna e, proprio per questo, può attraversarla fino in fondo.
In un tempo in cui il potere si esprime attraverso controllo, esclusione e imposizione, questa forma appare fuori registro. Eppure indica qualcosa di essenziale: il vero potere non coincide con la forza che si impone, ma con la capacità di non usarla, con una gentilezza che non indebolisce e un’umiltà che non nega l’autorità, nel non parlare dall’alto anche quando si potrebbe, perfino quando si indossa una corona.

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